Ancor mi segue quel pensiero

4 09 2009

Guardandoti ti ritrovo. Riscopro tenere pulsioni e fermenti di un amore che ho conosciuto grazie a te, la prima a violar e concedermi il privilegio di farmi provare l’emozione più forte che io abbia mai provato in tutta la mia vita, e che, ne è testimone questo scritto, ancora sento in me.

Ogni parola e ogni canzone risulta insensata. Nulla da dedicarti, ma solo da rivolgerti un ricordo, un’immagine, una speranza. Quella di vivere un domani quella felicità che io ho vissuto con te. Quella del singolo momento. Del buongiorno alla mattina, della colazione e delle giornate assieme. Quella della buonanotte e quella di un bacio passionale. Quella dell’amore. Quella di noi. Un noi. E ogni tentativo di descrivere ciò che succede dentro me è una missione impossibile. Non ha senso tutto questo, non sembra possa averlo, ma ce l’ha perché succede ed esiste.

Ovunque tu sia, abbracciata con qualcuno, in pensieri lontani anni luce dai miei, ti vedo con un sorriso dipinto in viso, il migliore che io abbia mai visto e che solo a scrivere queste parole ancora mi fa vibrar le mani. Un brivido a percorrermi tutto. Il pensiero di toccarti, di abbracciarti e baciarti. Di ascoltarti e sentire il tuo odore inebriarmi fino a farmi crollare, tuo diventare, in una passione che è passione. Lo sogno ancora. Pulsa, freme, trema, mai ferma, mai lontana e mai scomparsa. Dove sei? Or che ho bisogno di te e che mi sembra di aver perso tutto, una vita insensata, mentre in un giardino mi siedo, guardo le stelle e sorseggio il mio pensiero fisso. Mi sento esplodere e la speranza ormai è solo che il botto sia uno dei migliori, per lasciar un ricordo che a volte si ha paura di non lasciare, anche a detta di altri.

Spengo la luce. Mi avvio verso un letto. Freddo mi sdraio e ancor mi ha seguito quel pensiero. Che nell’eterna malinconia ancor riesce a scaldarmi il cuor. Auguri. Mai fatti, mai dedicati, ad una persona che tutt’oggi scopro esser stata per me amore vero e unico cambiamento meraviglioso della vita mia. Grazie.





Simbolo di un amore vivo

24 07 2009

Rosa BiancaSbatto la porta e non riesco ad uscire. Entra a folate il vento tagliente. Mi sorprende. Accarezza tagliando il mio corpo che esanime agli occhi distratti dei più si abbandona. Lo segue un vaso che distrattamente a pezzi sul suolo si infrange. Da questo ne esce una rosa che bianca alla sua fioritura appariva, radiosa al mondo. Strappata alla linfa vitale a cui era attaccata fu posta in bella mostra per far apparir bello ciò che ormai s’era perso in quella casa. Ma nel cadere verso il vuoto, quell’arbusto di nulla tinto, terminò accidentalmente la sua corsa nella macchia di sangue che in poco tempo si era creata nei pressi del corpo. In quella pozza stava ferma, portando con se la sua purezza, che ahimè, ora cessava di esistere.

Si voltarono i presenti al colpo del vaso. Urlò una serva, che si sa, son le più vicine al dolore umano visto la bassezza a cui son costrette. Tutti si fermarono nel vuoto lasciato dalla rottura di quel vaso e osservarono. Tutto era fermo come in una foto e sol si vedeva quel sangue muoversi, che stava avvolgendo quel tenero e soffice fiore, affogando la sua pura natura. Un attimo, un istante che anche quel che era il simbolo della purezza di bianco vestita assunse le vesti di un rosso pulsante, puro, ma vivo, vero colore. E quando ormai i presenti inorriditi, non tanto per il giovine corpo di quell’amante trafitto a morte, ma più per codesta trasformazione, per codesto tramutamento di color della bianca rosa, si stavano ricomponendo, ad un tratto si compì il tutto.

Nacque da qui il simbolo, nuovo, e non per un semplice cambio d’abito, ma perché si mosse su essa lo sguardo di un cuor desideroso che ne diede un profondo significato. Era lo sguardo di una fanciulla, bella nel suo amor struggente, sicuramente bella agli occhi di quell’innamorato trafitto a terra. Si mosse lei verso quella sagoma ormai completamente bordata di sangue, e con una lacrima che le rigò il viso si chinò su quella rosa di rosso dipinta. La guardò con tenerezza e stupore. Ormai tutta inzuppata di quel liquido dal cuor di lui proveniente, nel quale sono conservate le essenze fondamentali che battevano nell’essere di quel giovine, in quel corpo che è quello di ognuno di noi, e che or con la stessa voglia battono in quel fior. La colse e con tutte queste premure ad essa le diede valore, attenzione, un’immagine definita, che diventerà presto simbolo. Tra se la strinse come l’ultimo dono di lui, che in quella rosa ora viveva, e la portò via, con se, testimonianza di qualcosa di più profondo, che ora scritto col sangue resterà dipinto in quella rosa che per sempre sarà il simbolo di verità, passata e infinita, esistita ed eterna, profonda, scritta su quei petali, ciò che più pulsò in un animo fanciullo e passionale, che non si è perso, ma che sempre si conserverà e che attraverso quel simbolo sempre vivrà.

Pulsa la rosa, rossa e fiera nei giardini del mondo la sua bella presenza impone. Staccata e donata or, nei giorni nostri, dopo quest’episodio, porta con se un significato tanto nobile quanto potente, che vive in ogni uomo e donna e lo fa stare in se, custodendo tale significato e indirizzandolo a chi, con codesto dono, viene onorato di un sentimento eterno di passione e devozione. Dolce ricordo di un amore che sempre vivrà.





On air

20 07 2009

La prendo per mano e la sfioro in un sogno. Trovo il sentiero nel fitto bosco. Alla luce di un raggio di sole risplende coperto un lenzuolo d’amore. Steso al lume potente cerca calore. Profumato e intriso di cruda passione, profonda, vera e amata ossessione di corpi uniti in un vincolo stretti, dal cuore si proiettano immagini di sogni infiniti. Le parole ne descrivono i ricordi immancabili di una storia che è nata e che con grinta richiama a se quei tratti sinuosi di un modello perfetto, un sogno fanciullo, di equilibrio nascosto nel buio del cielo, imparato da modelli che nella vita ti accompagnano, mentre solo le stelle ti fan sentire meno solo.

Delirio o pazzia. In un lampo improvviso tutto viene squarciato. Restano i segni, indelebili, le tracce su quel sentiero, che ancor umido per il passaggio, fresche le conserva. Di qua siam passati come conigli spaventati e orsi affamati, gufi attenti in una fredda notte alla ricerca di prede, di miti e di eroi, di parole da seguire, da scriver su carta, da conservare.

Fermo tra il grano folto tutto in piazza, mentre sotto la pioggia si allontanano, torno dai pensieri in una diretta, stringo il microfono delle opportunità e grido il mio sfogo. Sfogo. Sfornando parole inconsuete di uso quotidiano mentre aspetto il tempo della vera diretta. “40″ e quattro dita. Le guardo e penso. Troppo, che sono già diventate tre. Mi scosto. Appoggio il mio sguardo su una scaletta scritta su una lavagnetta che non c’è e fuori dalla finestra ricerco l’evasione. La libertà. La finestra. C’è sempre. “20″. Passa il tempo, veloce. Si scioglie il freddo che hai nell’animo e che copre le resistenze con cui è assemblato il nostro essere, gocce di sudore in un caldo torrido gareggiano sul mio viso delineando traiettorie impossibili da calcolare a priori. Penso a quel rubinetto. Scende veloce l’acqua fredda, che sotto a quella vorrei or trovarmi, ad intervistar le gocce e chieder loro cosa stanno provando nel precipitare nel vuoto, mentre troverei refrigerio da tutto, comprendendo il loro stato. Alzo lo sguardo. Mi rifletto nello specchio e sogno un giorno di invertire quella discesa, fermarmi, girare quel rubinetto e andare verso l’alto, l’acqua ed io, assieme. Indice alzato, ultimo segnale. Fremo alla partenza aspettando che anche l’ultimo semaforo si spenga mentre anche i respiri si placano, nessuno respira, in un’attesa meravigliosa quanto paurosa che sembra infinita.

Ora l’indice scende verso me. Tempo scaduto. Pronto a buttarmi. Via i pensieri. On air.





Le parole e i silenzi

14 05 2009

ParoleDi ugual importanza, entrambi fondamentali.

Parole e silenzi segnano i momenti della nostra vita e in essa ci accompagnano. Le prime collegano i pensieri secondo un filo conduttore che vuol dar logica e coerenza alle nostre esperienze e di queste parlano. I secondi contribuiscono a tenere alta l’attenzione, a non far cadere nel banale e ad ascoltare le emozioni che sentiamo dentro. Se ne manca uno è troppo l’altro, perché sempre tenterà di sostituirlo. Se c’è troppo silenzio qualcosa manca, la parola, che dal silenzio appunto viene sostituita. E se c’è troppo parlare manca qualcos’altro, il silenzio, che dalle parole è riempito. Nella nostra vita infatti parliamo e ascoltiamo, stiamo in silenzio e sappiamo come concludere un discorso, con un gesto diciamo tutto e con una parola possiamo risolvere un dubbio. Diciamo qualcosa quando serve e quando c’è bisogno sappiamo anche  stare in silenzio ad ascoltare. Da persona a persona ne facciamo diverso uso, di parole e di silenzi, chi più e chi meno, in un alternarsi non calcolato di situazioni in cui ci troviamo a parlare e in cui ci troviamo ad ascoltare.

Momenti insomma in cui viviamo la nostra vita, la descriviamo a parole e la osserviamo in silenzio.

SilenzioA volte abbracciamo la persona a cui più teniamo e la riempiamo di frasi romantiche o in mezzo ad un gruppo di amici abbiamo così tante cose da dire che nulla e nessuno ci ferma. Ma in questi due momenti, e non solo, può anche succedere che il silenzio ci avvolge e possiamo ascoltare il nostro cuore che batte per una dolce presenza accanto a noi o gli altri parlare di esperienze magnifiche da loro vissute. E come sempre in entrambe queste situazioni, in cui o ci sembra di parlare troppo o ci sembra di parlare troppo poco e non sappiamo che dire, sorge il pensiero di esagerare o di essere in imbarazzo.

Certo è che non dobbiamo stare troppo a pensare se parlare o stare zitti, ma dobbiamo fare ciò che più ci sentiamo di fare. Se parliamo avremo qualcosa da dire, e chissà di che bellezza sarà ciò che uscirà dalla nostra bocca, sarebbe un peccato non dirlo, e se invece stiamo in silenzio avremo guadagnato la possibilità di ascoltare chissà che belle cose verranno dette dagli altri o che sentiamo stanno riempiendo il nostro cuore, e sarebbe un peccato non sentirle. Resta comunque naturale e non ci si deve allarmare troppo se sentiamo l’imbarazzo o la paura di dire troppo, perché vuol solo dire che ci stiamo mettendo in gioco. Continuando poi a fare questa cosa la paura piano piano sparirà e troveremo l’equilibrio giusto e che più ci caratterizza. Dobbiamo solo continuare come meglio crediamo e alla fine impareremo che non c’è imbarazzo nel silenzio e non c’è esagerazione nel parlare. Ma che è la nostra vita, e la stiamo vivendo come meglio vogliamo, parlando di lei o ascoltandola, la vita. Ed è solo in essa che possiamo trovare un equilibrio, di parole e di silenzi.