Fiorirà

10 04 2011

Scorre la matita in un pensiero in lingua originale mentre il sole lo raggiunge e lo bacia. In quel prato attende l’arrivo di una mano che lo noti e lo faccia diventare sogno di un essere umano. Rosso su di un petalo, scottato dalla troppa calura, trova refrigerio in un arietta fresca che lo muove, gli concede qualche secondo di piacevole sollievo da quell’afa, mentre il sorriso gli risplende alla vista di una giovane creatura che lo sfiora e lo ammira. Per mano alla nonna volge il suo sguardo a quel fiore posato in sua bellezza, mentre la gonnellina le si muove e quelle trecce sfatte le si muovono davanti al volto. Lo guarda allegra e divertita, speranzosa di poter raggiunger così unica bellezza nel suo crescere. Il fiore dal canto suo ricambia con un sincero sorriso, muove un petalo e la bacia con un po’ di polline portato dal vento.
Torna a scrivere, torna a studiare. Si sistema i capelli, quel ciuffo, che le cade folto sul volto. Il collo, caldo. Ammaliato non so più che dire. Raccontare di un’immagine così sublime non fa altro che togliere parole alla mente. E più si scrive e più arrivi al punto in cui devi solo fermarti, chiudere quel quaderno e osservare gesti e immagini che mai saprai descrivere, perché dentro ti colpiscono, perché il tuo cuore ti rapiscono. Non rifletti più. La penna esita, il cuore palpita e freme. Anche nella sua presenza c’è il vuoto. Non mancano solo le parole, ma è quella presenza, quel suo sorriso, quella voce che mancano, che ci fanno per alcuni attimi disperare, nell’assenza dell’ossigeno necessario per sopravvivere, che tutto abbiamo concesso a quel fiore, per non farlo sciupare.
E poi ti ritrovi qui, a questo punto. Alzi lo sguardo, stringi le gambe e ti guardi attorno. Nel caldo che è portato dal sole un venticello fresco sembra gelido sulla pelle che tutta si irrigidisce. Il prato in cui ti trovi, solo, è pieno di fiori. Davanti a te quello per cui hai scritto. Attendi volga lo sguardo a te. Urleresti le più belle poesie del mondo solo per attirare la sua attenzione, ma vane sono se ella non ti guarda. Cerchi un sorriso fra le tue tasche. Provi a scriverlo con una matita. Cerchi distrazioni attorno, ma non c’è fiore, attorno, che possa portarti la gioia che quello per cui scrivi ti ha provocato. E in un secondo realizzi che tutte quelle immagini, tutti quei brividi, tutto quello per cui vivi ha un senso. Che altro non esiste. Torni a guardare quel fiore. Lo ammiri e questa volta col quaderno chiuso appoggi la matita a terra nell’attesa che qualcosa, prima o poi, possa fiorire.





Come un chiodo, inchiodato

24 03 2011

Quel giorno che ti vidi fu l’istante in cui cominciai a contare i minuti in cui iniziai a vivere. Fu uno sguardo. Uno scambio rapido di battute e la tua vivace voglia di parlare di tutto, condita da quel sorriso che nella tua assenza provo a cercare nel mondo, ma che non trovo, se non che nei miei pensieri. Devo rifugiarmi in quelli per rivederlo e finalmente provare un po’ di calore, in fondo a un cuore che grida il tuo nome, che ti cerca come fa fanciullo con la madre quando si trova tra tante. Fu quel primo sguardo che ci siamo scambiati che mi ha fissato a quel muro, come un chiodo, inchiodato. Appeso su quella parete fatta di sensazioni e brividi che prima non avevo conosciuto. Fervori che prima qualcuno aveva provato a far vibrare, ma senza voglia ne interesse.
Mi sento chiodo su questo nuovo muro. Porto con me i graffi del passato, ma la forza con cui sono inserito in questa nuova vita mi fa credere che possa essere decisiva. Illuminato per tutto il tempo da una fascio di sentimenti. Con me tengo appesa a quella parete il mio passato, le mie esperienze, rappresentate in un quadro. Colori caldi dominano rispetto a quelli freddi, che seppur presenti non hanno nulla a che vedere con tragedie e tormenti troppo difficili da superare. Ogni volta che dipingo con colori scuri, il tempo li fa sbiadire e diventare più chiari, perché le difficoltà si superano e sfumano nella bellezza della vita e diventano a loro volta ricordi di cui vale la pena tenere traccia.
Mi sento chiodo su questo nuovo muro e mi domando: ma quanta resistenza ha un chiodo? Dicono che resti appeso a un muro per parecchio tempo e poi, inspiegabilmente, in un indeterminato momento della sua permanenza su quel mondo piatto, ma in un ben preciso momento della sua vita, cede. Ma questo non significa che lo farà. Un chiodo funzionante è fatto per resistere. Messo lì per reggere su se stesso il peso di quella sua vita. Se vuole può portarla a compimento e non spezzarsi mai. Quando il muro è quello giusto, il quadro ormai colorato con le giuste tempere di giusti colori e quando il chiodo si sente sicuro di se, non c’è nulla che possa scalfirlo o farlo cedere. Allentare forse, è normale, sopporta anche, com’è giusto. Ma non cede. No, certi chiodi sono fedeli e non si staccano più una volta che sono stati usati, una volta che una forza di puro sentimento li ha presi e una volta che hanno trovato un senso al loro stare in questo stato di gioioso equilibrio, a osservare colei che li ha fissati.
Per ragioni assurde, appeso mi ritrovo a quel muro, a reggere un sentimento che ho scelto di vivere. Da qui mi appare sempre in sogno il tuo sorriso, che, a vederlo, è un fremito che mi scuote. La magia che porti con te, su di noi, dopo tutto questo tempo ancora mi travolge, ma non c’è terremoto ne tsunami che possa farmi cedere. E io sto, fermo e immobile, qui su questo mondo. Qui, stregato, su questa parete. Come un chiodo, inchiodato.





Kraków

20 02 2010

E’ passata più di una settimana, ma ancora sei nei miei pensieri. Ti ho conosciuta per poco, ma sei quella per cui avrei voluto avere più tempo. Un rammarico, un altro. Ti ho cercata alla stazione. Sperando ci fossi anche tu alla nostra partenza. E in effetti c’eri. C’era la bella immagine che ho di te, che pensavo intensamente e che in poco tempo mi è entrata dentro. Kraków, ti saluto.

Ora sono a casa. Son tornato da un po’ assieme a quel tuo viso che non riesco a scordare; quella voce che avrei voluto fissare in una conchiglia per poterla ascoltare ancora, ora; quel corpo di una bellezza che ha saputo stregarmi, ma che ho potuto apprezzare per poco. Una bellezza totale che mi è rimasta impressa. Non riesco mai a capire come facciano a nascere queste cose. Stranezze che ritengo sensazionali, perché a volte, in certi attimi, fanno pulsare il cuore e ti fanno sentire finalmente vivo. E quando arrivano pensi: perché non posso sentire il mio cuore respirare queste emozioni ogni singolo secondo della mia vita?

E’ strano quanto velocemente fiorisca e si formi un sentimento. Lo chiamo così perché lo sento tale. Insomma. Quando il pensiero ti fa sorridere e quando la cerchi nel mondo, l’autrice di quel sentore, sperando che compaia, forse un motivo ci sarà. Quando la voglia di tornare per vederla è un pensiero primario nelle cose da fare, forse un motivo ci potrebbe essere. O forse no. O forse più semplicemente c’è.

E’ nato tutto dai dettagli e, dal caso. Quel ciuffo di capelli a coprire gli occhi e quella vitalità che si poteva percepire da ogni atteggiamento; quel sorriso che non può che entusiasmare; e la bocca? Perfetta. Perfetta per me; il corpo esile casa di un’anima tranquilla quanto gioiosa. Tra una battuta e l’altra non finiresti più di parlare. Tanto ormai ne sei incantato e ammaliato. Staresti ore a raccontare tutto quello che spontaneamente ti viene da dire, scoprendo sempre più quanto siano belli i dettagli che al primo colpo ti hanno trafitto. La osservi ballare ammirandone la bellezza. I suoni e i rumori scompaiono per portare tutta la concentrazione su di lei. Il tuo sguardo si posa su quelle labbra, gli occhi curiosi volano sui suoi e si scambiano forti sguardi. Il tempo si ferma. O almeno vorresti si fermasse.

E’ durato tutto poco. Troppo poco.

Quando decide di andare e salutandoti ti bacia, già non stai più ragionando e vivi di impulsi e d’istinto. Quelli che ti portano a seguirla. A dirle un ultimo ciao. E dentro già speri di rivederla, e ancora covi in te quest’intenzione. Presto tornerò. Ho voglia di visitare ciò che non ho visto di questo magnifico posto. Ancora voglio tornare per parlare con te. Immergermi in quello sguardo e capire che tu sei ancora come quel ricordo che ho portato con me. E’ stato un piacere, conoscerti, anche se per poco. Il tempo di una foto e già è volata via.

Kraków è bellissima, tranquilla e vitale. Quando penso a lei non posso che pensare anche a te. A quel sorriso, a quella gioia nel pensarti. Tu sei la mia Kraków. E spero di poterti rivedere. Un domani. Perché ancora vive dentro di me il tuo ricordo. Perché ho voglia di sentire il mio cuore respirare queste emozioni ogni singolo secondo della mia vita, o almeno ogni volta che le voglio ricordare. A presto, mia bella Kraków. A presto mia cara P.

p.s. un anno fa scrissi Affezioniamoci ai momenti della nostra vita. E credo che anche queste parole si rifacciano a quello che dissi quella volta. E come allora mandai un grazie ad una persona che avevo chiamato P, anche ora il grazie lo mando ad una P. Che strane e intriganti coincidenze che ci regala a volte la vita.