Sposto con delicatezza quei tuoi capelli mossi dal tuo volto. Sdraiata su quella coperta scopro il tuo bel collo e a un orecchio metto una margherita. Mi fermo un secondo e tirando un forte sospiro ammiro la bellezza prigioniera di quel corpo immobile su quel prato fiorito. La ricerca della posizione perfetta per immortalare quello che per me è ciò che ogni volta che ti vedo mi conquista. Quelle labbra che disegnano belle su quel tuo volto, bello, il più unico e maestoso panorama a cui una persona possa assistere. Quello sguardo, il tuo. Occhi carichi di un fiume di emozioni che non vogliono altro che straripare, tanto che ogni volta che lo volgi a me, quello sguardo, un’ondata di caldo sentore mi circonda e mi prende tutto.
Non posso disegnarti. Quale pittore riuscirebbe a seguir con linee la tua bellezza e riportarla su carta? Provate a fare un cerchio. Chi riesce a farlo perfetto? Giotto e basta. Ma uno è morto, mentre gli altri non ne sono all’altezza. E come pretendete allora di poter disegnare si tal bellezza che ho davanti se neanche riuscite a riprodurre la perfezione di un banalissimo cerchio?
Prendo la macchina. Con le dita sfioro l’obiettivo alla ricerca della giusta distanza e della giusta messa a fuoco. Mi colpisce di nuovo quello sguardo. Quel viso angelico. Che sorriso che mi trovo di fronte. Ripercorro le linee di quel volto giovane e sorridente che mi trovo davanti. Il dito indice tocca il tasto e come se stesse per tirare il grilletto di una pistola con delicatezza va a fondo.
CLIC!
“E’ pronto pranzo, c’è anche la nonna. Vieni fuori anche tu con noi o pensi di rimanere a letto tutto il giorno?“. Una luce fioca entra dalla stanza. La tapparella ora non trattiene tutta la luce all’esterno. La quiete ormai è svanita. Apro a fatica gli occhi in uno stato confusionario e in un attimo ricordo dove sono. Agitato per paura di averti persa mi concentro per recuperare almeno parte di quel sogno. La sensazione è di aver perso belle immagini. Almeno una la voglio recuperare.
“Ti decidi a venire?“. Eccolo. Eri tu, era quel tuo amabile sorriso. Era quella voglia di immortalarlo in una foto, perfetto, così com’è. Bevo un sorso d’acqua. Mi lavo il viso e finalmente mi siedo al tavolo. Prendo in mano la forchetta e al primo boccone guardo la mamma, serena quando si pranza tutti assieme. Il papà fa il cretino e la nonna ride. Dalla finestra entra la luce del sole, ora più libera e decisa. Illumina quella foto che ho di te. La penso. Ti penso e sorrido. Sorrido, e questa è la magia di un sogno.
Ridere seduto ad un tavolo di un bar. Guardare e ascoltare la persona che ti sta di fronte mentre sussurra alle tue orecchie la sua gioia, entusiasta. Ad anticipare quelle parole che dalle sue labbra sono scandite c’è fisso sul suo volto il segno di una felicità provata, di estasi e di gioia incontrollabile, che prova senza successo a tener ferma dentro lei, tanto che nel narrare le ultime belle vicende sul viso le compare un riso di stupefacente bellezza.
Secondo chi legge