La magia di un sogno

28 12 2010

Sposto con delicatezza quei tuoi capelli mossi dal tuo volto. Sdraiata su quella coperta scopro il tuo bel collo e a un orecchio metto una margherita. Mi fermo un secondo e tirando un forte sospiro ammiro la bellezza prigioniera di quel corpo immobile su quel prato fiorito. La ricerca della posizione perfetta per immortalare quello che per me è ciò che ogni volta che ti vedo mi conquista. Quelle labbra che disegnano belle su quel tuo volto, bello, il più unico e maestoso panorama a cui una persona possa assistere. Quello sguardo, il tuo. Occhi carichi di un fiume di emozioni che non vogliono altro che straripare, tanto che ogni volta che lo volgi a me, quello sguardo, un’ondata di caldo sentore mi circonda e mi prende tutto.

Non posso disegnarti. Quale pittore riuscirebbe a seguir con linee la tua bellezza e riportarla su carta? Provate a fare un cerchio. Chi riesce a farlo perfetto? Giotto e basta. Ma uno è morto, mentre gli altri non ne sono all’altezza. E come pretendete allora di poter disegnare si tal bellezza che ho davanti se neanche riuscite a riprodurre la perfezione di un banalissimo cerchio?

Prendo la macchina. Con le dita sfioro l’obiettivo alla ricerca della giusta distanza e della giusta messa a fuoco. Mi colpisce di nuovo quello sguardo. Quel viso angelico. Che sorriso che mi trovo di fronte. Ripercorro le linee di quel volto giovane e sorridente che mi trovo davanti. Il dito indice tocca il tasto e come se stesse per tirare il grilletto di una pistola con delicatezza va a fondo.

CLIC!

E’ pronto pranzo, c’è anche la nonna. Vieni fuori anche tu con noi o pensi di rimanere a letto tutto il giorno?“. Una luce fioca entra dalla stanza. La tapparella ora non trattiene tutta la luce all’esterno. La quiete ormai è svanita. Apro a fatica gli occhi in uno stato confusionario e in un attimo ricordo dove sono. Agitato per paura di averti persa mi concentro per recuperare almeno parte di quel sogno. La sensazione è di aver perso belle immagini. Almeno una la voglio recuperare.

Ti decidi a venire?“. Eccolo. Eri tu, era quel tuo amabile sorriso. Era quella voglia di immortalarlo in una foto, perfetto, così com’è. Bevo un sorso d’acqua. Mi lavo il viso e finalmente mi siedo al tavolo. Prendo in mano la forchetta e al primo boccone guardo la mamma, serena quando si pranza tutti assieme. Il papà fa il cretino e la nonna ride. Dalla finestra entra la luce del sole, ora più libera e decisa. Illumina quella foto che ho di te. La penso. Ti penso e sorrido. Sorrido, e questa è la magia di un sogno.





Incontrandoti in un giorno di pioggia

8 11 2010

In quel giorno di pioggia, quando zuppo cercavo di salire su quel treno in corsa che stranamente era ancora lì, probabilmente per il classico ritardo, non pensavo che ti avrei incontrata. Salgo senza troppe domande. Chiuse le porte, il fischio a segnalare la partenza e subito preso da un panico iniziale controllo di non aver perso nulla per strada. Portafoglio, cellulare e l’ombrello che la mamma speranzosa di rivederlo mi ha affidato la mattina uscendo di casa. C’è tutto. Me lo porto dietro e l’acqua che scola lascia la scia sul corridoio del treno. Mi siedo al primo posto vuoto. Levo la giacca, appoggio vicino a me la borsa e voltandomi verso il finestrino per osservare il paesaggio andare ti trovo lì.
Biondi capelli mossi che ti cadono sulle spalle. Quegli occhi del colore del cielo, ma non quello di oggi. Sei pensierosa, sulle tue. Chissà che giornataccia pure per te. Noto le cuffie e si sente che ascolti il tuo ipod, visto che attorno a te mi arrivano leggere fino alle orecchie quelle musichette che, sdraiati in quell’estate sol con te raggiunta, riempivano i nostri sfondi rigogliosi di fiori e colline. Sulle note della nostra canzone, che ricordo ancora quando la cantavi urlando evribadi fil uan lov uan art, ti spunta un sorriso, quello che tutte le mattine, quando mi svegliavo prima di te, aspettavo per darti il buongiorno. Assieme ad un bacio sognato per una notte intera. Com’è bello baciarti.

“TRENTO STAZIONE DI TRENTO. AVVISIAMO I GENTILI VIAGGIATORI CHE IL TRENO VIAGGIA CON 8 MINUTI DI RITARDO. TRENITALIA SI SCUSA PER IL DISAGIO”

Fuori piove ancora. Quel sorriso non c’è più. E sparisce anche il tuo riflesso da quel vetro bagnato. Quel riflesso che mi ha accompagnato per tutto il viaggio. Ti rincontro spesso nei giorni di pioggia attraverso i miei pensieri. Ed è in questi momenti, incontrandoti in un giorno di pioggia, che la fantasia vola a ripescar nel passato vecchi momenti felici lasciandomi con un interrogativo: come sarebbe stato incontrati in un giorno di sole? La risposta è già data. Ma ci tenevo a dirti che con te ho vissuto parecchi giorni di sole.
“LAVIS. PROSSIMA FERMATA LAVIS.”

Cammino verso casa con in testa quel riflesso. Sperando di ritrovarlo, reale, in un altro giorno, magari di sole. E ti penso. Evribadi fil uan lov uan art.





Vivere l’attesa

5 06 2010

Sono fermo su quella staccionata di vecchio legno da un paio di minuti, in un punto non definito d’Italia, nell’ultima pausa prima di rientrare a casa. La macchina surriscaldata dalle calde giornate di viaggio da quando siamo partiti è parcheggiata sull’altro lato della strada e riposa un attimo. Al suo interno continuano ad andare le solite otto canzoni da viaggio che prima di partire avevo registrato su quella vecchia musicassetta originale degli 883 e che, grazie al lunotto superiore aperto, arrivano ancora fino alle mie orecchie. Ogni nota accompagna i miei pensieri, quelli di chi, viaggiatore, si era messo in cammino e aveva deciso di prendere il largo alla ricerca di risposte.
La vita al paese era troppo stretta, anche se la scelta di andare è stata traumatica. Mia madre ci soffriva tanto e lo sapevo, ma ritenevo tutto questo necessario per me, per una crescita mia personale. Ora che è giunto il tempo di tornare l’attesa struggente per lei sarà finita. Le ho scritto una lettera pochi giorni fa, poche parole, davvero poche: “Due giorni e torno. Ti voglio bene”. Me la immagino seduta in giardino. Con il suo nuovo libro in mano, occhiali da sole sotto un gazebo coperto dagli alberi e quella lettera come segnalibro. Ogni giorno ad attendere mio padre tornare dal lavoro e ogni attimo volgere lo sguardo sperando di vedere entrare da quel vicoletto quella che in partenza era una bianca e pulita fiat 500 e che ora riposa vicino a me, al bordo della strada, sempre bianca, ma un po’ meno pulita.
Col pensiero rivolto verso casa mi sto gustando l’attesa. Un sorriso accennato irrompe sul mio viso e sale la voglia di mettersi in marcia. Lo tengo lì, lo custodisco perché fa aumentare il piacere, la voglia di tornare e l’attesa protratta è come avere sete e non bere, facendo aumentare quel desiderio così che, quando si sorseggia dell’acqua fresca, la si può gustare appieno con tutte le speranze e le aspettative che si sono desiderate, immaginate e sognate. E idem sto facendo io, che nell’attesa sto ripensando a ciò che mi aspetta.
Resto sempre fermo sulla solita staccionata, ancora un po’, per un ultimo sguardo e, col cappello di paglia che mi copre il volto da quei caldi raggi di sole, seguo quelle sinuose linee che modellano il corpo della terra. In alto il cielo è limpido e senza una nuvola. Basso lo vedo e colgo un fiore, lo porto al naso. Inalando tutta la sua essenza, batto col tallone sul legno della staccionata. Mi è appena venuto in mente quel viso di ragazza che un paio di sere prima della mia calcolata partenza mi aveva penetrato lo sguardo. E’ ancora vivo in me e anche ora che sono qui distante centinaia di kilometri da tutto, mi accorgo di essermi portato dietro il suo pensiero, quel suo volto e quel suo sorriso tanto bello quando mi esplodeva davanti agli occhi, con la semplicità propria di un fiore che sboccia.
Fremente da questo pensiero scendo da quella trave e volgo le spalle al paesaggio che fino a poco prima avevo davanti. Mi dirigo con in mano quel fiore verso la macchina. Sorseggiando un po’ d’acqua fresca rubata pocanzi da una fontanella di fortuna trovata su questa strada di campagna, accendo i motori, indosso i miei occhiali da sole e ora guidato dal vento che dal finestrino mi scombina tutti i capelli mi metto in marcia. Osservo la polvere alzata da quella strada sabbiosa che nasconde la visuale, come se volesse coprire tutto il mio passato. Come se volesse solo permettermi di guardare oltre, guardare avanti, dritto a me. Non parlo, ma penso. Nei miei occhi la mia vita. Il viso di mia madre appena scenderò dalla macchina a casa. Quello di quella fanciulla che spero di poter ritrovare al mio ritorno.
Procedo spedito verso la mia prossima meta, un’altra, nuova, diversa da quando ero partito. Un’altro desiderio mi attende, un’altra attesa da vivere. Quella staccionata ora è lontana e io sono già proiettato su altre mete. Se mi guardo nello specchietto retrovisore sono proprio io, ho sempre e ancora ventanni e la convinzione che l’attesa può essere la parte bella della nostra vita, dove gustiamo il desiderio di un futuro felice e dove viviamo, intensamente ogni più intimo desiderio della nostra vita. Vedo una nuova partenza, un nuovo arrivo e con loro una nuova attesa da vivere. Tanti altri sono i momenti che mi permetteranno di degustare il futuro che immagino, perché ora la sensazione è quella di aver vissuto e di aver capito una cosa, ovvero che a ventanni si può anche non sapere che strada prendere, che a ventanni la vita è tutto un enigma e che ritrovarsi fermi ad attendere qualcosa non è poi una cattiva suggestione. Perché l’attesa di un futuro che sogni, a ventanni, forse lo possiamo chiamare vivere. Alzo il volume della musica con la voglia di gustarmi questo viaggio e di attendere il mio futuro, che arriverà come più lo voglio.

Questo è in assoluto il primo racconto breve cominciato e finito che io abbia mai scritto. E’ stato pubblicato sul catalogo fotografico “L’attesa, fotografia e parole”, creato dall’Associazione Universitaria ArtToArt di Trento, ed è esposto nella mostra fotografica, sempre dal titolo “L’attesa, fotografia e parole”, presso la Facoltà di Sociologia di Trento dal 4 al 30 giugno 2010. Lo pubblico anche qui su questo Blog per farlo leggere anche a tutti i miei lettori. A tutta l’associazione ArtToArt un grazie sincero per avermi concesso questa possibilità di scrivere e di vedere un mio scritto pubblicato su un vostro catalogo.