Ci sono un italiano, un extracomunitario e un leghista

23 11 2011

Ci sono un italiano, un extracomunitario e un leghista. Non è una barzelletta, solo la mia personale graduatoria di italianità in un feudo che vuole escludere persone che forse sono più italiani di noi, o che semplicemente chiedono di esserlo, non di più, ma solo italiani.

Uno sfogo più che uno scritto verso quelle persone che ritengo meno italiani (leghisti) dei primi due che ho nominato (italiani e extracomunitari). Uno sfogo perché stufo di sentirmi parlare di cittadinanza italiana da persone che in Parlamento parlano di una pianura come si parla di Atlantide, dell’Isola che non c’è e del Paradiso, persone che non hanno rispetto della persona, dei suoi sacrosanti diritti innati e che sono universali e indiscutibili. Diritti che vanno oltre la cittadinanza e che forse è meglio lasciargliela, se è questa l’idea di cittadinanza che hanno. Un’idea vecchia fatta di valori vecchi, di valori nazionalisti che hanno portato alle peggiori dittature e alle più catastrofiche sciagure mondiali, ai più disumani eccidi in nome di un essere umano piuttosto che un altro, secondo un modo di porsi illogico.

Tutti amano il loro paese di origine. Io amo Zambana, come altre persone amano il proprio paesino, che sia esso in Italia o no. Ma non vado in Parlamento, la mia casa, la casa di tutti gli italiani, per parlare di Zambana e di un popolo esclusivo. La politica è collettività, condivisione, pluralità di idee e di soluzioni. La politica che sia di destra o che sia di sinistra deve tutelare tutti gli italiani, tutti quelli che su questo pezzo di terra ci vivono. Italiano si è per genitori, italiano è chi lavora e paga le tasse, italiano è chi ogni giorno cerca di vivere in uno Stato di non diritto come è il nostro, soprattutto se viene da fuori, senza pretendere altro che il rispetto per la propria persona, per i propri diritti e per il proprio lavoro.

Il fatto cruciale forse è proprio questo, ossia che tutti necessitiamo di riappropriarci del rispetto per il prossimo. Di rispolverare l’accoglienza a chi la chiede, l’ascolto a chi ha da dire la sua e la disponibilità per chi vuole mettersi in gioco e condividere con noi questa terra che sta diventando sempre più stretta. E se lo sta diventando, l’unica soluzione è stringerci un po’ di più e fare spazio. A barricate, a chiusure, a privazioni non si va da nessuna parte e un domani ci troveremo di fronte al fatto compiuto, a un mondo che si domanderà chi lo ha diviso, chi ha detto che quel monte è di un popolo e quella pianura di un altro, mentre da dietro si da spazio a un mercato che succhia via tutto il bello, il buono e il bene di ogni posto e luogo per produrre denaro, una moneta che non genera nulla, una pura fantasia del sistema, un bug inutile quanto folle che prosciuga fiumi, distrugge foreste e destabilizza il clima. Che peggio alimenta odio tra le persone, altro che la rabbia per i cani, altro che qualsiasi altra malattia.

Voglio crescere in un’Italia che porti rispetto per tutti i suoi figli, per i suoi genitori e per le famiglie. Voglio un’Italia che porti rispetto per il lavoro, per il diritto di voto e che promuova e accolga una nuova cittadinanza che non poteva essere pensata nella nostra ancor splendida Costituzione. Voglio un’Italia che tuteli, come io lo sono dalla nascita, chi è qui e studia, lavora e ha una famiglia. Voglio che il valore di essere italiano si calcoli su altri parametri. Voglio che su questa barca, che non naviga in acque sicure e tranquille, si accolgano tutti quelli che con coraggio ci vogliano salire. Voglio un’Italia che si indigna verso chi sputa sul lavoro e sui diritti degli altri, che non si riconosce in una cittadinanza esclusiva, in una cittadinanza che per ora non è basata ne sullo ius soli ne sullo ius sanguinis, ma solo sullo “ius culis”, la fortuna di essere nati in Italia da cittadini italiani e che su questa fortuna esclude, non capendo il dolore che provoca, anche solo a parole. Voglio un’Italia che arrivi prima a capire che non si possono imprigionare le persone, che un domani ci riconosceremo tutti come cittadini del mondo, ognuno con le proprie diversità, ma ognuno con i propri diritti e doveri.





Non esiste un confine

12 08 2011

Si parte verso un orizzonte che brucia la terra, rosso incandescente e, alzando lo sguardo, progressivamente azzurro vivo. Sulla strada, che come un tappeto ci porta verso qualsiasi meta vogliamo scegliere, troviamo altri viandanti di una vita che sempre più spesso ci porta a partire. Lo stare fermi in un posto, a consumare il nostro tempo e a spenderlo nella normalità delle giornate è cosa troppo costosa per tutti. E se di costi parliamo forse allora è meglio affrontarli in un viaggio, che poi è quello che abbiamo cominciato grazie a due persone che in questo mondo ci hanno voluti. Gli unici maestri e insegnanti della nostra vita, che nei fallimenti e nelle vittorie ci spingono sempre verso il dopo, come un venticello che soffia leggero e che ci sospinge in avanti.

Entro nella macchina. Cintura allacciata. Occhiali da sole per sconfiggere la luce troppo forte in questa mattina ancora troppo mattutina e mi stampo un sorriso sul volto. I presupposti per un viaggio decente ci sono tutti. Ottima compagnia, avventura e imprevedibilità di tutto quello che troveremo. Attesa verso un futuro che non ci appartiene, ma verso cui viriamo prepotentemente, che cerchiamo e inseguiamo; a cui ci aggrappiamo con forza. La realtà delle cose, al giorno d’oggi, sta forse nei momenti, in ogni singola vibrazione, in ogni singola emozione che siamo, in coerenza col nostro io e con gli altri, pronti a vivere. Vero, è un discorso trito e ritrito che già si è letto su questo blog, ma almeno capisco che sta diventando parte di me. Perché le occasioni sfumano piano piano e la ricerca di persone con cui viverle, la fortuna di trovarle in diversi punti della nostra esistenza e forse in momenti perfetti per buttarsi sono forse i suggerimenti giusti da prendere al volo, le giuste occasioni che incontriamo sulla strada e che, giuste o sbagliate, sta a noi definirle, evitarle o credervi.

Stiamo precipitando? La situazione mondiale sembra dare una risposta affermativa a questa domanda. E allora forse è meglio precipitare come si deve. Per sfruttare tutto il possibile e poter dire che sì, la nostra vita è governata dalle scelte fallimentari di chi ci governa, di persone che miserabilmente ogni giorno predicano le virtù e i principi etici e morali di cui dobbiamo affrescare le pareti della nostra esistenza, riempiendosi la bocca di parole che non hanno alcun impatto concreto nelle loro scelte politiche e sociali, nelle loro vite più intime e personali, che dovrebbero influenzare e condizionare le nostre, ma che in piena coscienza rifiutiamo e respingiamo, partiamo.

Il venticello ci accompagna coerente con i nostri sogni. La prima provoca una nube di fumo e in quella scompariamo, per vivere, per tornare, per cambiare e per capire che non si può mollare, rinunciare a una vita, a un sogno, a un amore. Non esiste un confine. See you soon.





Few will have the greatness to bend history

23 06 2011

“Few will have the greatness to bend history; but each of us can work to change a small portion of the events, and in the total of all these acts will be written the history of this generation.” cit. Robert F. Kennedy – University of Capetown, South Africa – June 6, 1966

“Yet many of the world’s great movements, of thought and action, have flowed from the work of a single man. A young monk began the Protestant reformation, a young general extended an empire from Macedonia to the borders of the earth, and a young woman reclaimed the territory of France. It was a young Italian explorer who discovered the New World, and 32-year-old Thomas Jefferson who proclaimed that all men are created equal. “Give me a place to stand,” said Archimedes, “and I will move the world.” These men moved the world, and so can we all. Few will have the greatness to bend history; but each of us can work to change a small portion of the events, and in the total of all these acts will be written the history of this generation. Thousands of Peace Corps volunteers are making a difference in the isolated villages and the city slums of dozens of countries. Thousands of unknown men and women in Europe resisted the occupation of the Nazis and many died, but all added to the ultimate strength and freedom of their countries. It is from numberless diverse acts of courage such as these that the belief that human history is thus shaped. Each time a man stands up for an ideal, or acts to improve the lot of others, or strikes out against injustice, he sends forth a tiny ripple of hope, and crossing each other from a million different centers of energy and daring those ripples build a current which can sweep down the mightiest walls of oppression and resistance.”





tuttiinpiedi!

22 06 2011

Dopo Rai per una notte a Bologna venerdì 17 giugno è stata la volta di TUTTIINPIEDI!, manifestazione presentata da Michele Santoro, Corrado Formigli, Sandro Ruotolo e Serena Dandini per i 110 anni della FIOM, Federazione Impiegati Operai Metallurgici.

L’evento, che si poteva seguire sia sul web che sulla tv (Current Tv, il canale sky di Al Gore), ha avuto numerosi ospiti. Dai precari della pubblica amministrazione, che recentemente sono comparsi sulle pagine dei giornali italiani dopo che il Ministro Brunetta gli ha apostrofati come “la peggiore Italia”, ai precari della scuola e della ricerca che all’unisono hanno portato in questa occasione la loro indignazione sullo stato del lavoro in Italia. Una panoramica che si scontra fortemente con le rassicurazione e le belle parole di cui i nostri politici si riempiono la bocca e che appare gravissima per uno stato che si crede, e forse potrebbe o/e dovrebbe esserlo, tra i migliori del mondo. Le parole di questi precari, la loro rabbia e la loro grinta e voglia di lottare, di informare e di scendere in piazza sono delle bombe a orologeria che non mietono morti, ma che sono più forti di molti canali di informazione che ormai riportano solo frasi, citazioni e fanno eco a una classe dirigente che continua a insultarsi, a discapito della realtà e di una parte di essa che a Bologna c’era e che mostrava tutta la sua difficoltà nel vivere una condizione lavorativa sostenibile. Un mondo, quello dell’informazione, che non sta più attento alle storie vere, quelle che hanno valore per la società, quelle che nel bene e nel male sono la realtà. Una realtà che a Bologna c’era, si è mostrata e, per me che l’ho seguita, a tratti terrorizzava, facendo ribollire la voglia di dire “tutti in piedi, ora basta!”.

Su quel palco oltre ai precari anche molti artisti e personalità del mondo dello spettacolo (Corrado Guzzanti, Roberto Benigni e Maurizio Crozza) della musica (Subsonica e Daniele Silvestri), Marco Travaglio, Vauro. Poi il segretario nazionale della FIOM, Maurizio Landini. Una solidarietà e una voglia di stare affianco a ogni lavoratore e assieme a quei lavoratori a ogni cittadino italiano che oggi è insoddisfatto.

Da Bologna si sono alzate più voci che hanno urlato da uno stesso megafono la loro difficoltà, la loro rabbia e la loro frustrazione. E’ ignobile come uno Stato non riesca a risolvere problemi come questi, che sono i problemi di un’intera società, ora nel presente e poi nel futuro. Come non riesca a risolvere o ci provi a risolvere problemi connessi al lavoro, all’evasione fiscale e all’istruzione. E come a differenza riesca sempre a risolvere i problemi che sono di uno.





25.209.425 + 1

14 06 2011

Terminata un’intensa due giorni che chiamava 47.118.352 italiani (22.604.349 di sesso maschile e 24.514.003 di sesso femminile) e 3.300.496 di residenti all’estero a prendere un’importante decisione intorno a temi quali nucleare, acqua e giustizia.
Il risultato è netto e schiacciante e la lettura che va data non può essere univoca, ma deve essere fatta su piani differenti, perché finalmente dopo tanto parlare nelle televisioni sui temi caldi che infiammano l’Italia, la parola è andata agli italiani che non hanno perso tempo e hanno detto la loro, o meglio, più di quello che era richiesto.
L’italiano che ha votato ha messo in chiaro a tutta la classe politica che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Lo ha fatto prima di tutto andando a votare e raggiungendo il quorum e la mobilitazione è arrivata da destra a sinistra e ha permesso la validità dei quattro quesiti. Questo per stabilire ancora una volta che lo strumento referendario e il voto (unica possibilità dei cittadini di poter esprimere quello che vogliono, visto che anche alle elezioni politiche con questa legge elettorale il cittadino viene zittito) è di fondamentale importanza per mettere in chiaro la volontà popolare. Una volontà popolare che invia prima di tutto un messaggio concreto relativo ai quesiti, quindi alla strada che dovrà seguire il Paese, e un altro politico.
L’italiano è andato a votare per mettere in chiaro prima di tutto che l’acqua è pubblica. Va bene, il quesito referendario non chiedeva quello, ma parlava della gestione del servizio idrico e della determinazione obbligatoria di una tariffa per i privati che investono capitale. E l’italiano ha risposto che l’acqua è pubblica, che la gestione del servizio deve rimanere nelle mani dello Stato e che nessun privato può lucrare su questo servizio, perché non deve proprio averci a che fare. La soluzione sta nel migliorare l’efficienza, la gestione e i controlli sul pubblico. Creare una struttura pubblica che gestisca il servizio idrico che non faccia acqua da tutte le parti. E’ un’impegno da assumerci e da realizzare.
Per quanto riguarda il terzo quesito si è ribadito quello che gli italiani già avevano detto nel 1987: il nucleare in Italia non lo vogliamo. E oltre a dare un’indicazione su quello che gli italiani vogliono, e mi riferisco alle fonti rinnovabili, questo risultato ha dato anche una bocciatura al piano energetico del governo, che ha fatto di tutto per portare il nucleare in Italia, tentando anche all’ultimo di sabotare il Referendum prendendosi anche il merito di una frenata su questo argomento, che è stato solo un rallentamento, visto che, come detto dallo stesso Presidente del Consiglio, “abbiamo introdotto questa moratoria responsabilmente (?), per far sì che dopo un anno o due si possa tornare a discuterne con un’opinione pubblica consapevole”. Per fortuna tutti i tentativi sono falliti e i cittadini hanno potuto dire la loro e mi sento di ringraziare questo referendum che mi ha dato la possibilità di dire no al nucleare. Ci tengo poi a precisare che il risultato sul nucleare non è nato su un’ondata emotiva dopo il disastro di Fukushima, come i nostri politici cercano di farci credere, ma è sempre stato insito nella cultura italiana, nella convinzione che il nucleare è una fonte di approvvigionamento energetico troppo pericolosa e un rischio troppo alto per tutti noi. Non siamo andati a votare per paura, ma perché siamo convinti che esista un’alternativa e che la politica energetica del nostro Paese dovrebbe indirizzarsi sulle fonti di energia rinnovabile. Oltre al fatto che già non riusciamo a risolvere il problema rifiuti, immaginiamoci il problema delle scorie. Apriamo gli occhi, c’è il sole, tanto vento e acqua in abbondanza. Sfruttiamo la natura nel suo pieno rispetto.
Sull’ultimo quesito è ancora più marcatamente duplice il messaggio lanciato dagli italiani, che all’unanimità, sia di destra che di sinistra hanno tenuto a sottolineare che la legge è uguale per tutti e che tutti i cittadini italiani, dal Presidente del Consiglio all’ultimo degli italiani, sono uguali davanti alla legge e che questa uguaglianza rende la nostra democrazia giusta. E’ poi un invito al Presidente del Consiglio a risolvere i suoi problemi giudiziari, che se ci sono ci sono per lui come per gli altri, davanti alla giustizia, nei tribunali e svestito da ogni carica pubblica. Che compaia davanti ai giudici come cittadino italiano e che sia lui stesso il primo a farlo, nei tempi più brevi possibili, per fare chiarezza sulla sua posizione e immagine all’interno dei reati che gli vengono ascritti. Perché è dovere di tutti, soprattutto di chi ricopre cariche pubbliche e di chi deve dare l’esempio da seguire, risolvere tali problemi come cittadino per i cittadini che lo hanno votato e per non infangare la carica che ricopre.
La tensione durante queste votazioni, la speranza di raggiungere il quorum che mi hanno accompagnato in questa due giorni e la gioia nell’aver partecipato a questa pagina che rimarrà un ricordo indelebile nella mia memoria mi fanno credere che qualcosa stia cambiando. E non lo dico per sentito dire. Ma perché io stesso sto respirando un’aria nuova attorno a me. Un piccolo passo verso ciò che sarà il nostro futuro. Ma questo passo lo abbiamo fatto con decisione, in 25.209.425+1 più un altro 7% degli italiani, per noi e per l’Italia, e questo mi fa sentire orgoglioso della mia scelta e della responsabilità che comporta.